L'ansia fa parte della vita.
Possiamo sentirci ansiosi prima di un esame, di un colloquio, di una decisione importante o quando dobbiamo affrontare qualcosa di incerto. In queste situazioni l'ansia non è necessariamente un problema: ci prepara ad affrontare ciò che sta per accadere, aumenta l'attenzione e segnala che per noi quella situazione ha una particolare importanza.
Il problema può nascere quando la paura e la preoccupazione diventano così intense o persistenti da condizionare le nostre scelte.
Si cominciano a evitare alcune situazioni, a cercare continuamente rassicurazioni, a controllare ciò che potrebbe accadere o a organizzare la propria vita in modo da sentirsi il più possibile al sicuro.
È allora che l'ansia, da esperienza normale, può diventare una trappola che progressivamente restringe le possibilità della persona.
Con l'espressione disturbi d'ansia si indica un gruppo di problemi nei quali paura, ansia e preoccupazione assumono un'intensità o una persistenza tali da provocare una sofferenza significativa o interferire con la vita quotidiana.
Non esiste però un'unica forma di ansia.
Nel disturbo d'ansia generalizzato, per esempio, la preoccupazione può riguardare numerosi aspetti della vita e diventare difficile da interrompere.
Nel disturbo di panico il problema può concentrarsi sugli attacchi di panico e sulla paura che possano ripetersi.
Nelle fobie specifiche la paura riguarda particolari oggetti o situazioni, mentre nell'agorafobia vengono temute soprattutto situazioni dalle quali potrebbe sembrare difficile allontanarsi o ricevere aiuto nel caso ci si sentisse male.
Nell'ansia sociale, invece, assume particolare importanza la possibilità di essere osservati, giudicati negativamente, rifiutati o di fare qualcosa che possa provocare imbarazzo.
Esistono poi altre forme di ansia, come l'ansia di separazione, nelle quali la paura si organizza intorno alla possibilità di separarsi dalle persone alle quali si è particolarmente legati.
Le manifestazioni possono quindi essere molto diverse, ma spesso condividono alcuni processi.
Una caratteristica importante dell'ansia è il suo rapporto con ciò che potrebbe accadere.
Possiamo avere paura di qualcosa che abbiamo davanti, ma possiamo anche immaginare un pericolo che non si è ancora verificato.
“E se mi sentissi male?”
“E se facessi una brutta figura?”
“E se succedesse qualcosa a una persona che amo?”
“E se non fossi in grado di affrontarlo?”
La situazione temuta può essere ancora lontana, ma il corpo e l'esperienza possono già modificarsi in relazione a ciò che viene anticipato.
Il cuore accelera, aumenta la tensione, diventa difficile concentrarsi su altro e l'attenzione si orienta verso tutto ciò che potrebbe confermare la possibilità temuta.
L'ansia, quindi, non nasce soltanto da ciò che abbiamo davanti, ma anche dal modo in cui anticipiamo ciò che potrebbe accadere.
Di fronte a qualcosa che ci preoccupa è naturale cercare informazioni.
Prima di un viaggio controlliamo il percorso. Prima di una visita medica possiamo informarci. Prima di una decisione importante valutiamo le possibili conseguenze.
Il problema può nascere quando non cerchiamo più semplicemente informazioni utili, ma una certezza che nessuna informazione può realmente garantirci.
Possiamo allora controllare più volte, chiedere rassicurazioni, ripensare continuamente alla stessa situazione o immaginare tutte le possibili conseguenze nel tentativo di essere preparati.
Ogni risposta può tranquillizzarci per qualche momento.
Poi compare un nuovo dubbio:
“Sì, però… e se?”
Si può così instaurare un circolo vizioso:
incertezza → anticipazione del pericolo → ansia → controllo o rassicurazione → sollievo momentaneo → nuovo dubbio → nuova ansia.
Il controllo nasce per ridurre l'incertezza, ma può finire per insegnarci che possiamo stare tranquilli soltanto quando abbiamo controllato abbastanza.
E poiché una certezza assoluta raramente è possibile, il controllo può non avere mai una conclusione definitiva.
Un altro modo molto comune di fronteggiare l'ansia consiste nell'evitare ciò che la provoca.
Se parlare davanti agli altri mi mette in difficoltà, posso cercare di non farlo. Se temo di sentirmi male lontano da casa, posso limitare gli spostamenti. Se una determinata situazione mi spaventa, posso organizzarmi per non incontrarla.
Nell'immediato l'evitamento funziona.
La situazione scompare e l'ansia diminuisce.
Ma proprio questo sollievo può contribuire a mantenere il problema.
Può instaurarsi una circolarità:
paura → evitamento → sollievo → conferma della necessità di evitare → maggiore difficoltà ad affrontare la situazione.
Ogni volta che evitiamo qualcosa, infatti, perdiamo anche la possibilità di scoprire che ciò che avevamo anticipato avrebbe potuto avere un esito diverso.
Ciò che ci fa stare meglio nell'immediato può così contribuire a restringere progressivamente ciò che ci sentiamo in grado di fare.
Non sempre una persona evita completamente ciò che teme.
A volte riesce ad affrontarlo, ma soltanto utilizzando particolari precauzioni.
Può aver bisogno di essere accompagnata, controllare continuamente le proprie sensazioni, preparare ogni dettaglio in anticipo, portare sempre con sé qualcosa che la rassicuri oppure assicurarsi di avere una possibilità di fuga.
Questi comportamenti vengono spesso definiti comportamenti di sicurezza.
Non sono necessariamente problematici in sé. Diventano importanti quando la persona comincia ad attribuire loro il fatto che non sia accaduto ciò che temeva.
“Sono riuscito a farlo perché ero accompagnato.”
“È andata bene perché avevo controllato tutto.”
“Se non avessi avuto una via d'uscita, non ce l'avrei fatta.”
L'esperienza apparentemente positiva può allora non modificare realmente la paura.
La persona ha affrontato la situazione, ma può continuare a pensare di essere riuscita a farlo soltanto grazie alla protezione utilizzata.
Un disturbo d'ansia non si misura soltanto dall'intensità della paura.
È importante osservare anche quanto spazio l'ansia ha progressivamente conquistato nella vita della persona.
All'inizio si può rinunciare a una situazione. Poi se ne evita un'altra. Si chiedono più rassicurazioni, aumentano i controlli, si riducono gli spostamenti oppure si rimandano decisioni e cambiamenti.
La vita può cominciare lentamente a organizzarsi intorno a una domanda:
“Come faccio a evitare di stare male?”
E più le scelte vengono costruite intorno alla necessità di non provare ansia, più le possibilità disponibili possono restringersi.
Per questo una domanda importante non è soltanto:
“Quanto sono ansioso?”
ma anche:
“Che cosa sto rinunciando a fare per non sentirmi ansioso?”
Quando una persona è molto preoccupata, è naturale cercare di rassicurarla.
“Vedrai che andrà tutto bene.”
“Non hai motivo di preoccuparti.”
“Non succederà niente.”
Queste frasi possono dare sollievo, ma spesso il loro effetto dura poco.
Il problema è che nessuno può garantire con assoluta certezza ciò che accadrà.
Una rassicurazione può quindi essere seguita da un nuovo dubbio, che richiede un'altra rassicurazione.
In alcuni casi si crea così un processo di mantenimento nel quale la rassicurazione riduce momentaneamente l'ansia ma aumenta progressivamente il bisogno di essere rassicurati.
La questione non è allora trovare finalmente la risposta capace di eliminare ogni dubbio, ma sviluppare la possibilità di affrontare ciò che non può essere completamente previsto o controllato.
Due persone possono provare ansia nella stessa situazione per ragioni molto diverse.
Parlare davanti a un gruppo può significare per qualcuno rischiare di apparire incompetente; per un'altra persona esporsi al rifiuto; per un'altra ancora perdere il controllo davanti agli altri.
Anche un sintomo apparentemente identico può quindi avere significati differenti.
Per questo non basta sapere che una persona “soffre d'ansia”.
È importante comprendere:
Che cosa teme possa accadere?
Che cosa significherebbe per lei se accadesse?
Che cosa fa per cercare di impedirlo?
Sono domande che permettono di passare dall'etichetta diagnostica alla comprensione di come funziona il problema per quella specifica persona.
La psicoterapia può intervenire sui diversi processi che contribuiscono a mantenere l'ansia.
A seconda del problema e della persona, il lavoro può riguardare la preoccupazione continua, il bisogno di controllo, la ricerca di rassicurazioni, l'evitamento, i comportamenti di sicurezza o il modo in cui vengono vissute determinate sensazioni.
In molti disturbi d'ansia può essere importante anche avvicinarsi gradualmente a ciò che viene temuto, mettendo alla prova le proprie anticipazioni attraverso nuove esperienze.
Non significa costringersi semplicemente ad avere paura.
Significa creare condizioni nelle quali la persona possa scoprire qualcosa che prima non riusciva a sperimentare: affrontare una situazione senza doverla controllare completamente, tollerare un margine di incertezza, rimanere in una situazione senza fuggire oppure attraversare una sensazione senza considerarla necessariamente un segnale di pericolo.
Il cambiamento non consiste quindi soltanto nel sapere che una paura è eccessiva.
È poter vivere qualcosa in modo diverso da come lo si era anticipato.
L'obiettivo di un percorso psicologico non è eliminare ogni forma di ansia.
Una vita completamente priva di ansia non sarebbe né possibile né necessariamente desiderabile. Ci sono situazioni nelle quali avere paura, preoccuparsi o prepararsi è utile.
Il problema nasce quando evitare l'ansia diventa più importante di ciò che vorremmo fare della nostra vita.
Il cambiamento può allora essere osservato anche in un altro modo: non soltanto chiedendosi quanto sia diminuita l'ansia, ma quante possibilità siano tornate disponibili.
Prendere un treno. Parlare davanti agli altri. Allontanarsi da casa. Fare una scelta senza avere tutte le garanzie. Entrare in una situazione pur sapendo che potrebbe comparire un po' di paura.
Superare un disturbo d'ansia non significa non avere più nulla da temere, ma poter scegliere la propria strada senza lasciare che sia sempre la paura a decidere dove possiamo andare.