Una persona deve preparare una relazione di lavoro. Ha diversi giorni a disposizione e sa che, iniziando subito, potrebbe svolgere il compito con tranquillità.
Eppure, ogni volta che si mette alla scrivania, trova qualcosa di diverso da fare.
Controlla le e-mail, sistema alcuni documenti, risponde a messaggi che potrebbero aspettare. Poi decide che sarebbe meglio iniziare il giorno successivo, quando avrà più tempo e riuscirà a concentrarsi.
I giorni passano e la relazione rimane incompleta.
Più si avvicina la scadenza, più aumenta la preoccupazione. Alla fine, la persona si ritrova a lavorare in fretta, sotto pressione, rimproverandosi per non aver cominciato prima.
«Lo sapevo che sarebbe finita così. La prossima volta non aspetterò l'ultimo momento.»
Ma alla scadenza successiva la situazione si ripete.
Questa esperienza è caratteristica della procrastinazione, cioè la tendenza a rimandare volontariamente un'attività, pur prevedendo che il rinvio possa avere conseguenze negative.
Non si tratta necessariamente di mancanza di interesse o di volontà.
Spesso la persona vorrebbe davvero portare a termine ciò che deve fare, ma qualcosa rende difficile il passaggio dall'intenzione all'azione.
Il problema non è sempre sapere che cosa fare, ma riuscire ad affrontare ciò che si prova nel momento in cui si dovrebbe iniziare.
La procrastinazione viene spesso interpretata come pigrizia, scarsa disciplina o incapacità di organizzare il tempo.
In realtà, queste spiegazioni non sono sufficienti.
Una persona può essere molto organizzata in alcuni ambiti della propria vita e rimandare sistematicamente determinate attività.
Può rispettare senza difficoltà gli impegni lavorativi, ma evitare per mesi una decisione personale. Oppure dedicarsi con grande impegno a compiti secondari, lasciando in sospeso proprio quelli più importanti.
Per comprendere questo comportamento, è utile chiedersi che cosa rappresenti l'attività rimandata.
Un compito può apparire troppo impegnativo, noioso, confuso o difficile da affrontare. Può suscitare ansia, frustrazione, insicurezza oppure il timore di non ottenere il risultato desiderato.
In alcuni casi, il problema riguarda soprattutto la difficoltà a tollerare la noia o lo sforzo richiesto. In altri, entrano in gioco la paura del giudizio, aspettative eccessive o il timore di assumersi nuove responsabilità.
Rimandare permette di allontanarsi temporaneamente da queste esperienze spiacevoli.
Chi deve affrontare un esame, per esempio, può provare disagio all'idea di scoprire quanto ancora non conosce. Decidere di studiare più tardi consente, almeno per il momento, di evitare quel confronto.
Il sollievo è immediato, mentre le conseguenze del rinvio sembrano ancora lontane.
La procrastinazione può quindi diventare un modo per evitare non tanto un'attività, quanto l'esperienza spiacevole che immaginiamo di vivere affrontandola.
Una delle ragioni che possono alimentare la procrastinazione è la paura di commettere errori.
Pensiamo a una persona che deve scrivere un documento importante.
Vorrebbe produrre un lavoro accurato, convincente e privo di imperfezioni. Prima di iniziare, però, sente il bisogno di raccogliere altre informazioni, chiarire ogni dubbio e individuare il modo migliore per procedere.
La preparazione continua, mentre il lavoro vero e proprio viene rimandato.
«Prima devo avere le idee perfettamente chiare. Altrimenti rischio di fare un brutto lavoro.»
In questa situazione, il desiderio di fare bene può trasformarsi in un ostacolo.
Iniziare significa infatti accettare che il primo tentativo possa essere incompleto, incerto o diverso da come lo si immaginava.
Per alcune persone, un risultato imperfetto non rappresenta soltanto qualcosa da migliorare, ma può assumere il significato di un fallimento personale.
Rimandare permette allora di conservare l'idea di poter realizzare un ottimo lavoro, senza doversi ancora confrontare con i limiti e le difficoltà dell'esecuzione.
Finché non iniziamo, il risultato rimane una possibilità. Cominciare significa accettare che quella possibilità si confronti con la realtà.
Naturalmente, non tutta la procrastinazione nasce dal perfezionismo. Si può rimandare anche un'attività che non suscita particolari timori, semplicemente perché appare noiosa, faticosa o poco gratificante nell'immediato.
Ciò che accomuna queste situazioni non è necessariamente la paura di sbagliare, ma la difficoltà ad affrontare l'esperienza associata al compito.
Una convinzione piuttosto diffusa è che, per iniziare qualcosa, sia necessario trovarsi nelle condizioni giuste.
«Comincerò quando sarò più tranquillo.»
«Prima devo risolvere alcune altre cose.»
«Oggi non riuscirei a concentrarmi abbastanza.»
Questi pensieri possono sembrare ragionevoli. In alcune circostanze lo sono davvero: riposarsi, prepararsi o scegliere un momento più adatto può essere utile.
La difficoltà emerge quando le condizioni necessarie per iniziare diventano sempre più numerose e difficili da soddisfare.
La persona aspetta di sentirsi pronta, sicura, concentrata o sufficientemente motivata.
Ma il momento ideale continua a non arrivare.
Nel frattempo, ogni rinvio produce un piccolo beneficio: per qualche momento non è più necessario affrontare ciò che provoca disagio.
Immaginiamo una persona che debba effettuare una telefonata difficile.
Anticipa una conversazione imbarazzante, teme di non trovare le parole giuste o di ricevere una risposta sgradevole.
Decide di rimandare al giorno successivo.
Per qualche momento si sente meglio. Non deve più affrontare quella situazione e può dedicarsi ad altro.
Il problema, però, non è scomparso.
Il giorno dopo la telefonata è ancora da fare, ma alla difficoltà iniziale si aggiungono la preoccupazione per il tempo trascorso e il disappunto verso se stessi.
Si può così instaurare un circolo vizioso:
Attività vissuta come difficile → disagio anticipato → rinvio → sollievo momentaneo → aumento della preoccupazione → nuovo rinvio.
Il sollievo ottenuto rimandando rende più probabile che la persona utilizzi nuovamente la stessa strategia.
Con il tempo, anche attività relativamente semplici possono diventare sempre più difficili da affrontare.
La persona può iniziare a perdere fiducia nella propria capacità di rispettare gli impegni e a descriversi come incapace di portare a termine ciò che comincia.
«Sono fatto così. Non riesco mai a organizzarmi.»
Questa immagine di sé può diventare un'ulteriore fonte di scoraggiamento.
La procrastinazione finisce così per confermare proprio quelle difficoltà dalle quali, inizialmente, cercavamo di proteggerci.
Procrastinare non significa necessariamente rimanere inattivi.
Al contrario, alcune persone trascorrono intere giornate impegnandosi in molte attività.
Riordinano la scrivania, controllano la posta elettronica, sistemano documenti, pianificano impegni e risolvono piccoli problemi.
Alla fine della giornata sono stanche, ma il compito principale è ancora da iniziare.
Queste attività non sono necessariamente inutili. Possono però diventare un modo per evitare ciò che viene percepito come più difficile.
La persona mantiene la sensazione di essere produttiva, senza esporsi al disagio associato al compito che continua a rimandare.
È una forma di procrastinazione particolarmente insidiosa perché può essere difficile riconoscerla.
«Non ho perso tempo. Ho fatto moltissime cose.»
Ed è vero.
Ma forse non quelle che avrebbe voluto o avuto bisogno di affrontare.
A volte il problema non è fare troppo poco, ma riempire il tempo di attività che ci permettono di evitare ciò che conta davvero.
Procrastinazione e mancanza di motivazione possono presentarsi insieme, ma non sono la stessa cosa.
Una persona poco motivata può non trovare ragioni sufficientemente significative per iniziare un'attività.
Chi procrastina, invece, può desiderare intensamente di raggiungere un obiettivo, riconoscerne l'importanza e continuare comunque a rimandare.
Pensiamo a uno studente che desidera superare un esame.
È interessato al proprio percorso e vuole ottenere un buon risultato. Tuttavia, ogni volta che si mette a studiare, prova ansia all'idea di non essere sufficientemente preparato.
Rimandare gli permette di evitare temporaneamente quella sensazione, anche se sa che così renderà più difficile raggiungere il proprio obiettivo.
In questo caso, non è la mancanza di motivazione a spiegare il comportamento.
È il modo in cui la persona anticipa e affronta l'esperienza dello studio.
Naturalmente, le due difficoltà possono alimentarsi reciprocamente.
Rimandare continuamente può produrre scoraggiamento, ridurre la fiducia nelle proprie capacità e, con il tempo, indebolire anche la motivazione.
Per questo è importante comprendere che cosa mantiene il comportamento, anziché attribuirlo automaticamente a una scarsa forza di volontà.
Per affrontare la procrastinazione non basta sempre organizzare meglio il tempo.
Agende, programmi e scadenze possono essere strumenti utili, ma rischiano di diventare inefficaci se non si comprende perché determinate attività vengono continuamente rimandate.
Il primo passo consiste nel riconoscere che cosa accade nel momento in cui si dovrebbe iniziare.
Quali pensieri compaiono? Che cosa si teme? Quale sensazione si cerca di evitare? Che cosa si ottiene rimandando?
Per alcune persone può essere utile ridurre la dimensione del compito, individuando un primo passo concreto e affrontabile.
Chi deve scrivere una relazione, per esempio, può cominciare preparando una breve scaletta, senza pretendere di trovare immediatamente le parole migliori.
In questo modo, un'attività anticipata come troppo impegnativa può diventare un'esperienza più accessibile.
Per altre persone il cambiamento richiede di rivedere il significato attribuito agli errori e ai risultati.
Un tentativo non deve necessariamente trasformarsi in una prova definitiva delle proprie capacità.
Può diventare un'esperienza attraverso la quale conoscere meglio le difficoltà, le risorse e le possibilità personali.
Un altro aspetto importante è imparare a riconoscere il disagio senza considerarlo necessariamente un segnale che sia meglio fermarsi.
Si può iniziare un compito anche sentendosi insicuri, annoiati o poco concentrati.
Non perché queste sensazioni debbano essere ignorate, ma perché non sempre è necessario eliminarle prima di agire.
A volte è proprio affrontando un'attività che scopriamo di poter tollerare meglio di quanto immaginassimo la noia, l'incertezza o la possibilità di commettere errori.
Il cambiamento consiste anche nello scoprire, attraverso l'esperienza, che possiamo affrontare ciò che temiamo senza dover aspettare di sentirci completamente pronti.
La procrastinazione può diventare un problema significativo quando compromette lo studio, il lavoro, le relazioni o la realizzazione di progetti personali.
Può essere utile rivolgersi a uno psicologo o psicoterapeuta soprattutto quando il rinvio si ripete nonostante i tentativi di cambiare e provoca ansia, senso di colpa o una crescente sfiducia nelle proprie capacità.
Un percorso psicoterapeutico può aiutare a comprendere il significato personale delle attività rimandate e le anticipazioni che rendono difficile affrontarle.
Per qualcuno il problema può essere collegato alla paura del giudizio.
Per altri, al bisogno di ottenere risultati perfetti, alla difficoltà di tollerare l'incertezza o al timore di assumersi nuove responsabilità.
In altri casi, la procrastinazione può essere associata a difficoltà attentive, depressive o ad altre condizioni che richiedono una valutazione specifica.
Il lavoro terapeutico non consiste soltanto nel suggerire strategie organizzative, ma nel favorire esperienze attraverso le quali la persona possa sperimentare modi diversi di affrontare le situazioni.
Può significare iniziare un'attività senza avere la certezza di riuscire, accettare un risultato imperfetto oppure scoprire che una difficoltà anticipata come insopportabile può essere affrontata.
Gradualmente, queste esperienze possono modificare il modo in cui la persona considera se stessa e le proprie possibilità.
Superare la procrastinazione non significa diventare persone capaci di fare sempre tutto subito. Significa recuperare la libertà di scegliere come agire, senza lasciare che siano continuamente la paura, il disagio o il bisogno di evitare una difficoltà a decidere al nostro posto.